paolo cozzolino

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Skanderbeg tra mito e tradizione

La mia personale a Firmo -CS-

Giorgio Castriota Skanderbeg è il più grande condottiero della storia albanese. Le sue imprese militari contro l’impero Ottomano usurpatore della sua terra, sono diventate memorabile e lo collocano a ragione tra i più grandi strateghi militari della storia d’Europa.

Nacque a Santo Stefano Mat nel 1405 dal nobile Giovanni Castriota, principe di Croia e dalla principessa Vojsava Tribalda. Quando, tra la fine del XIV secolo e l’inizio del XV i turchi invasero l’Albania il principe Giovanni Castriota vi si oppose con fermezza, ma venne sconfitto e i suoi quattro figli maschi vennero fatti prigionieri. Due di essi furono probabilmente uccisi, un terzo si fece monaco mentre Giorgio fu cresciuto a corte del sultano distinguendosi ben preso per la sua intelligenza, la sua forza e per la capacità di usare le armi. Per questo fatto venne chiamato Alessandro, Skanderbeg per gli albanesi.

A ragione delle sue capacità militari si distinse in molte battaglie combattute a fianco dei turchi, ma ben presto, sentendo forte in sé il richiamo delle sue origini, passò fra le file degli albanesi che combattevano l’invasore turco, divenendone subito il loro leader militare indiscusso.

Le battaglie militari, tutte vittoriose, combattute contro i turchi, lo resero famoso agli occhi di tutta Europa il solo pronunciare il suo nome incuteva terrore agli Ottomani.

Per i meriti di difendere i valori cristiani Papa Callisto II gli diede l’appellativo di Atleta di Cristo e Difensore della Fede.

I ripetuti sforzi del Sultano di vincere le forze militari comandate da Skanderbeg furono sempre fallimentari, nonostante l’esercito ottomano fosse di gran lunga più numeroso e organizzato di quello albanese. Ma la strategia militare portata avanti da Skanderbeg era sempre imprevedibile e vincente.

A questo riguardo fiorirono molte leggende, una delle quali è particolarmente significativa per capire il senso dell’elmo che l’iconografia fa indossare a Skanderbeg: si narra, infatti, che nel corso di una lunga e sanguinosa battaglia che si era prolungata oltre il tramonto, Skanderbeg ordinò ad alcuni suoi soldati di prendere un branco di capre e legare sulle loro corna delle torce accese per poi liberarle in direzione del nemico nel corso della notte. I turchi, pensando che fossero le forze albanesi, e credendole particolarmente numerose, batterono in ritirata. Da quel momento Skanderbeg, per rendere onore a questo animale, lo assunse come emblema e lo raffigurò nel suo elmo.

Alla morte di Skanderbeg, avvenuta improvvisamente ad Alessio nel 1468, i turchi presero coraggio e forti del loro esercito numericamente molto più grande sconfissero quello albanese.

La fama di Skanderbeg non cessò dopo la sua morte, anzi, nel corso della storia molti Paesi europei vollero rendere onore alla sua persona dedicandogli monumenti e dando il suo nome a piazze e a vie.

Molti paesi arbereshe hanno dedicato all’eroe nazionale albanese piazze e vie ed hanno eretto monumenti in suo onore. Anche a Parigi vi è una Piazza dedicata a Skanderbeg, così come a Roma, in questo caso al centro della Piazza a lui dedicata si trova anche uno splendido monumento che raffigura Skanderbeg a cavallo. Sempre a Roma nel palazzetto dove lui risiedette negli anni 14565-1466 vi è dipinta la sua immagine su di un medaglione che si trova sopra il portone d’ingresso. Una via gli è stata dedicata a Palermo, mentre a Cosenza è presente un busto dell’eroe albanese sito nel centro storico. A Napoli abbiamo il Palazzo Kastriota. Anche Bruxelles ha dedicato un busto marmoreo a Skanderbeg, così come Ginevra. Perfino la lontana Rochester Hills nel Micchigan, negli Stati Uniti d’America, ha innalzato un monumento in suo onore.

Gli arbereshe

Quando si parla di arbereshe si fa riferimento ai cosiddetti italo-albanesi, ovvero a quella minoranza etnica nata dall’arrivo degli albanesi in Italia che si sono stanziati in maniera particolare in Calabria e in Sicilia. Generalmente il loro arrivo in Italia viene collocato a cominciare dalla seconda metà del XV secolo, subito dopo la morte di Skanderbeg e la conseguente invasione turca dell’Albania, per protrarsi lungo tutto il XVI e XVII secolo. È vero, tuttavia, che secondo recenti studi storici, già a partire dal XIII secolo si registrano nuclei albanesi presenti in molte altre parti d’Italia, in Veneto, nell’alto Lazio e in quasi tutte le regioni facenti parte il regno delle Due Sicilie. Un’altra migrazione, che ha interessato in articolare l’Abruzzo, è da registrare intorno al XVIII secolo.

Per quanto concerne le comunità nate tra il XV e il XVII secolo, presenti in Calabria e in Sicilia, una cinquantina di paesi, esse conservano gelosamente la loro cultura, la loro lingua, la loro religione, i loro costumi tradizionali, la loro gastronomia e la loro arte, specialmente quella iconografica. Appartengono, infatti, al rito bizantino cattolico, ed è per questo che la Chiesa di Roma ha eretto per loro due eparchie, nel 1919 quella di Lungro per gli albanesi della Calabria e dell’Italia continentale, e nel 1937 quella di Piana degli Albanesi per quelli che abitano in Sicilia. Si tratta in tutto di circa 100 mila persone.