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Intimi valori percettivi
Di Ambra Grieco
Nella pittura di Marcello Brotto ogni cosa ci parla di sé in una prospettiva che va verso l'infinito.
Davanti alle sue opere l'osservatore è indotto a meditare e riflettere nel momento in cui egli stesso diventa presenza di uno spazio indefinito, circondato da riferimenti spaziali e temporali privi di una propria valenza logica e reale dove gli oggetti, assemblati in un contesto metafisico generato dall'abilità creativa dell'artista, possiedono una profonda ed eloquente valenza simbolica.
La mente persa, organizza e rielabora le idee, le immagini, le sensazioni e la memoria crea sulle cose quel velo di umanizzazione degno di qualsiasi cosa che ha ormai acquisito un'anima, quella stessa anima dell'artista che si traspone su di esso. Ogni cosa si parla di sé, ci racconta il suo percorso, le ore, i minuti, i secondi che lo hanno fatto invecchiare ed avvicinare sempre di più al cospetto umano. Tali oggetti e particolari rappresentano piccoli pezzi di un grande e misterioso puzzle che altro non è che la nostra stessa vita, piena di gioie, dolori, dubbi e interrogativi ai quali probabilmente non esiste risposta, forse ne esistono molteplici o forse non ci è dato sapere. Le domande percorrono gli infiniti sentieri della mente umana, in una condizione ciclica del tempo dove tutto si ripete, dove il passato diventa maestro del presente e dove ogni cosa inevitabilmente possiede un inizio ed una fine.
L'essenza di ogni pensiero trasposto nell'arte si colora di immortalità in testimonianza di quel substrato di fenomeni e di circostanze che non cesseranno mai di esistere.
Lungo e buio il misterioso cammin di nostra vita, una persistente fonte di luce giunge da lontano per accarezzare le cose, gli oggetti, per baciare la natura, la fertile terra e far risplendere la bellezza del creato.
L'osservatore è condotto sino alla scoperta dell'oltre, di quella rivelazione che durante il nostro percorso di vita sembra irrompere nel nostro animo senza nemmeno chiedere il permesso.
Un'arte che non propone necessariamente la ricerca di risposte o la scoperta di una verità assoluta, altresì crea una molteplicità di domande ed interrogativi per dare senso al mistero che ci avvolge.
Un'arte infinita come infinite sono le sue chiavi di lettura, le sue interpretazioni e quindi... qual è il senso dell'essere, di ciò che ci circonda, di ciò che ogni giorno assaporiamo e viviamo?
Nell'osservazione profonda di tali opere i nostri sensi vengono immersi in un assemblaggio di cose, oggetti e reperti che diventano testimonianza di un'esistenza, di un'epoca o di un vissuto più o meno lontano.
Oltre l'apparente staticità corporea dell'oggetto, la presenza umana si percepisce all'interno di ogni cosa, ogni particolare, ogni dettaglio. La presenza umana sei anche tu, osservatore, che immergi il tuo animo all'interno di questi spazi caratterizzati sempre da un percorso, una strada, una direzione. Ma qual è la tua? Forse la tua, come del resto anche quella degli altri risulta essere la somma di ogni piccolo gesto, scelta o non scelta compiuta.
In fondo siamo il frutto di ciò che esiste intorno e da cui riceviamo, a cui doniamo.
Tali opere sono costituite da immagini permanenti in uno spazio che non implica una sincronica componente temporale poiché ogni elemento della composizione può essere considerato a sé stante. Ad ogni elemento della composizione diventa un tratto motivato e voluto per una simbologia nuova che riconduce ai soli oggetti raffigurati e a non precisi codici esterni.
Lo spazio nelle opere di Brotto è caratterizzato da una prospettiva psicologica oltre che geometrica in cui convivono molteplici tipi di spazialità che non implicano la riduzione dello spazio, ma convivono in un luogo del tutto compatto ed unitario.
Una pittura caratterizzata da edifici urbani, architetture della memoria e dalla storia dei luoghi che divengono spesso espedienti formali rinforzando allo stesso tempo la componente metaforica dell'opera. In alcuni casi il luogo scelto è lontano nello spazio e nel tempo, scrutato da un angolo o attraverso un'apertura, una finestra; altri sono più familiari, vicini a noi, ma entrambi restituiscono la forte sensazione di essere simultaneamente nel passato e nel presente.
Le ambientazioni sono inoltre collegate all'intimo ricordo dell'artista che usa l'immagine dipinta come "luogo" di ricongiungimento al passato al fine di far riemergere la traccia della loro fuggevole presenza. Queste immagini racchiudono ricordi di un passato individuale che in ultima istanza confluisce in un contesto culturale e storico più ampio.
Vi è una sorta di metafisica contemporanea, profondamente legata a temi e motivi, a emozioni e giudizi in un certo senso esistenzialistici, legati a filo doppio alle circostanze dimesse del quotidiano, al suo domestico mistero, ad una poesia che asce spremuta direttamente dalle cose che ti stanno attorno, che risiedono semplicemente nella memoria.
Una pittura che diviene mistero di poesia e insieme di pittura così fortemente matura e densa.
È un mistero che deriva direttamente dalle cose e dalle loro verità che non intende discostare o eludere il significato autenticamente umano di ciò che ci circonda.
L'itinerario della pittura di Marcello Brotto si profila lungo i segnali e i simboli di una ricerca di figura, ogni lontano orizzonte, ogni riferimento naturalistico perde la sua originaria consistenza per divenire tessera di un mosaico che lega ricordi ed emozioni, silenzi e metafisiche raffigurazioni. In questa indagine risiede, a mio avviso, il senso dell'esperienza di Brotto, la sua adesione ad un oltre, a un recupero di oggetti che vivono e si affermano in un'atmosfera rarefatta, appena scalfita da un fremito di luce, dalla vibrazione del colore che suggerisce il ritratti inquieto ed inquietante della società contemporanea. Si tratta quindi di composizioni nelle quali i soggetti preferenziali si collocano nello spazio secondo un ben preciso rapporto strutturale e secondo un determinante richiamo a una vita interiore.
In tale angolazione, un albero mosso dal vento, un cespuglio a ridosso delle case, una macchina abbandonata divengono il pretesto per dipingere, per consegnare al tempo la propria immagine di interprete di quel mondo di accadimenti che appartengono al fluire dei giorni, delle stagioni, della propria quotidiana realtà. Un casolare, un monumento circondato dal silenzio o una fila di fabbricati rappresentano i momenti di un "dire" sommesso, di un colore che si stempera incorporeo nella trama dei fondi e di una volontà di trasmettere le emozioni umane al cospetto di un paesaggio che è memoria, emozione, solitudine.
Una sofferta corsa verso il reale
Di Marcello Scuffi
Non è la bellezza formale l’obiettivo ultimo dell’opera di Marcello Brotto, ma una corsa affannosa e sofferta alla ricerca del reale. Una corsa sicuramente supportata dalle conoscenze tecniche, non solamente frutto di scuole, ma senza dubbio risultato di un impegno, inizialmente forzato, e che poi, mano a mano, è diventato sempre più intuitivo e naturale. Pensando alla pittura di Marcello, mi tornano in mente significative parole di Dino Carlesi con le quali afferma che ci troviamo di fronte alla contraddizione di un pittore che si nutre di “realtà” (e la esalta e la ingrandisce con primi piani espressionisti) nello stesso momento in cui la deforma al limite della surrealtà.
Nel realismo di Marcello trovo quel senso di popolare, di rappresentazione come da ex voto e quella idea di fare sforzo per ottenere che fanno da sfondo alla purezza di conoscere il proprio limite e la voglia continua di superarlo. Prendiamo le sue automobili, stile anni ’50, vecchie macchine sportive che hanno corso in chissà quale “Mille Miglia” e che lui, da bambino, certamente, avrà visto passare nell’inesausta campagna senese; magari ricorderà anche i nomi dei piloti di allora (Ascari, Brilli Peri, Borzacchini e, perché no, il mitico Nuvolari) e, forse, oggi, rammenterà pure quando, da adolescente, sognava di sedersi accanto ad uno di loro durante il viaggio più entusiasmante della sua vita.
Quelle stesse automobili, non recuperate all’antica bellezza (certamente non destinate ad un raduno d’epoca) ma abbandonate e arrugginite, e dimenticate in chissà quale capannone dimesso, vengono riscattate dal pittore affinché servano al fruitore per i viaggi poetici nei luoghi della fantasia e dell’immaginazione.
Anche i treni dovrebbero servire a questa idea di viaggio mentale e fantastico, ma Marcello, nel momento in cui affronta questo tema, sembra tornare il bambino stupito di fronte alla grandezza della meccanica in contrapposizione alla tanta normalità di quei tempi e lo stupore diventa quasi metafisico silenzio.
Poi ci sono i trattori, che lui definisce “ruspe”, gialli, concreti, potenti, sprofondati nel fango come facenti parte della natura e del paesaggio stesso.
Ma non sono solo questi i suoi temi. Ho visto anche metafisiche pietre miliari con numeri certi, bandiere a scacchi, incerte strisce di mare e biciclette abbandonate.
So anche che, ogni tanto, Marcello tenta forme astratte come liberazioni dal fare, che talvolta lo soverchia, ma riesce poi a abbandonarle velocemente come se commettesse un errore al solo pensiero di averle concepite. Credo che queste cose creino in lui un certo scompiglio psicologico che potrebbero limitarne quell’ingenuità, vera molla dell’istinto e della purezza che fanno del pittore un artista.