leonardo pecoraro

Artista iscritto il 30 Agosto 2013

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La voce dell’immaginario

Nella lettura dell’immagine di Pecoraro, vorrei soprattutto riflettere su quattro punti, quattro aspetti che ci suggeriscono il senso di una pittura dentro temi sintomatici della contemporaneità: il luogo e non luogo dell’immagine pittorica; la nozione del tempo; il colore come Stimmung di questa pittura; la “voce”.

Nella pittura di Leonardo Pecoraro ricorrono titoli significativi: Luogo immaginario, Reale irreale, Deserto e dissolto, Attraverso il vuoto, Il chiarore di un momento, Bianco di passaggio, Dissolvenze, Segni luminosi, Vago e remoto, Sogno di un evento. Sono semplici indicazioni che ci parlano di un luogo esonerato da ogni luogo: un luogo in una regione dell’interiorità senza confini, in una percezione più vasta e misteriosa. È un luogo pittorico dove non c’è una spazialità empirica, dove non c’è gravitazione. Un secondo aspetto di questa immagine pittorica è la nozione del tempo. Siamo abituati a considerare il tempo nelle scansioni di passato, presente, futuro. Leonardo Pecoraro si sente vicino a certi varchi di poesia: Rûmî, Tagore, Borges. Da qui il senso del tempo, delle forme che appaiono, scompaiono, rinascono, si dissolvono in un continuo fluire lieve, sensuoso, iterativo, sfuggente. Tutto è investito dal colore: un campo di libere effusioni cromatiche, quasi per paradosso imprevedibili dallo stesso artista, ma improrogabili.

Il colore non è rappresentazione, ma espressione in una autonomia linguistica, in una leggerezza, in un’invenzione, in una sorta di libertà musicale.

Nella pittura di Leonardo Pecoraro immagini e visioni si rigenerano libere da relazioni empiriche, da evidenze sensoriali, ma in una sintassi creativa fatta di echi, di riflessi, a volte di un viaggio attorno a un’epifania o a una lontananza: i bianchi, i blu, i gialli, i rossi, i viola diventano un vento ed evento, il vuoto e un chiarore, presenze, presenze e dissolvenza. Un aspetto, come cifra riassuntiva di questa pittura, potrebbe essere la “voce”. In una riflessione saggistica, acutamente sintomatica, si parla della “voce” come perpetuum mobile rispetto a un codice grammaticale di “scrittura”. C’è in Pecoraro un lavoro sull’incisione che potrebbe considerarsi il paradigma formale di una propria scrittura. La pittura, la libera spazialità, il colore diventano la voce, l’immaginario, la vibrazione, il respiro, quel primordio (oscuro e luminoso) prima e dopo il linguaggio.

È importante accostarsi a questa pittura anche nei richiami emotivi che può suscitare in ognuno di noi.

Oggi, rispetto al “troppo pieno” dei linguaggi, possiamo ritrovare nella pittura di Pecoraro la pausa spaziale e temporale, il silenzio, la pagina, il colore: l’intervallo perduto.

                                                                                                              Stefano Crespi

  Intervista di Eleonora Caracciolo di Torchiarolo

Innanzitutto vorrei sapere da te il tuo percorso artistico, quali tappe lo hanno caratterizzato, anche da un punto di vista formativo.

Prima ancora di intraprendere un vero e proprio percorso scolastico che mi conducesse all’arte, devo dire che ho sempre avuto, sin da bambino, un’indole artistica. Mia madre, con una certa tenerezza e simpatia, la attribuisce al fatto che mentre mi aspettava si dedicava lei stessa ad attività creative, decorando i muri di casa con alcuni collage…

A parte gli scherzi, assecondando questa mia predisposizione, ho fatto l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano dove ho acquisito le più svariate tecniche, dalla pittura, alla decorazione, alla scultura, all’incisione, che mi sono ancora preziosissime, perché non ho mai abbandonato nessuna di queste: sono un artista dalle diverse personalità e dalle molte sfaccettature. Dopo l’Accademia ho frequentato la scuola di mosaico bizantino a Ravenna e ho studiato i mosaici pavimentali romani, in marmo e pietra. Mi sono dunque specializzato in queste due tecniche che sono poi le migliori per chi si occupa di mosaici.

Un percorso molto articolato, mi sembra di capire…

Sì. Da ragazzo, ho svolto anche un apprendistato nell’ambito della legatoria di libri: dopo le scuole medie ho cercato sin da subito uno sbocco professionale, sempre in ambito artistico, e l’unica cosa che il Canton Ticino poteva offrirmi di creativo, o per lo meno artigianale, è stato quell’apprendistato.

In ogni caso, anche quello che ho appreso allora, mi è stato utile, soprattutto nell’ambito della calcografia, perché oggi io stesso rilego le mie incisioni e i miei libri d’artista.

Dopo l’apprendistato, ho fatto l’operaio, e poi, dopo qualche anno, mi sono iscritto all’Accademia di Brera, superando l’esame di ammissione, perché non avevo un titolo di studio adatto che mi consentisse di entrare automaticamente.

Devo farti i miei complimenti: è una strada che hai costruito un passo alla volta con grande determinazione…

Mi è venuto naturale: era una cosa che mi piaceva moltissimo e che volevo davvero. Anche per questo motivo, per esempio, i miei genitori non mi hanno mai ostacolato, pur avendo fatto una scelta di vita non proprio ortodossa: l’Arte spaventa sempre un po’. Ho anche sempre frequentato studi di artisti e visitato mostre. Mi veniva naturale lasciarmi circondare dall’arte.

E c’è stato qualche artista che ti ha particolarmente influenzato?

Più che influenzato, direi che ho amato il lavoro di molti e che molti mi hanno ispirato: Giacometti, Nolde, i nordici, Bacon. E Picasso, naturalmente. In quegli anni era impossibile non lasciarsi affascinare da lui: era dappertutto! Dopo averli studiati a lungo, in modo naturale è emerso il mio stile e il mio linguaggio.

E l’amore per il mosaico come nasce?

È nato dopo aver conosciuto un artista mosaicista: parlarne con lui ha fatto nascere in me questa passione.

Anche per l’incisione è andata nello stesso modo: ho conosciuto un incisore che mi ha fatto amare questa tecnica.

Io sono così: mi appassiono… da qualche tempo penso per esempio che mi piacerebbe imparare anche a comporre vetrate e lavorare con il vetro.

Sono tutte tecniche che hanno a che fare con la manualità. Sono meno attratto dalla video-arte, per esempio, o dall’arte puramente concettuale: mi piace l’idea di un’arte che io possa fare con le mie mani.

Non è da tutti sviluppare una tale ecletticità, molto spesso gli artisti si focalizzano su un singolo mezzo espressivo…

Forse alcuni possono scambiare il mio modo di creare e di lavorare per incoerenza, ma in realtà io approfondisco ogni tecnica al massimo. Il mosaico, l’incisione, ecc. sono tutte tecniche che studio nelle loro migliori e più alte applicazioni, sperimentando anche nuove strade e nuovi metodi di lavoro.

Per quanto riguarda strettamente il mosaico per esempio, acquisto il materiale nella più antica fornace di Venezia, la Orsoni, che produce e distribuisce in tutto il mondo smalti veneziani per mosaicisti. Uso anche materiale riciclato, come bottiglie di vetro, soprattutto se hanno colori particolari, o, a volte, anche semplici sassi di fiume. E taglio tutto le tessere a mano.

Quali soggetti prediligi?

Per lo più paesaggi, o temi che hanno a che fare con la natura e con i quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco.

La figura umana è decisamente meno presente e anche quando la inserisco è sempre appena accennata, stilizzata, mai ritratta con precisione.

A volte poi sono soggetti puramente astratti: il mosaico è un’arte applicata che quindi ha dei risvolti puramente decorativi, per abbellire un interno per esempio, come spesso mi capita.

E per quanto riguarda l’incisione, un’altra delle tue molte “facce”?

Nell’incisione mi diverte molto sperimentare. Sono partito dal bianco e nero, incidendo delle semplici lattine. Ora incido su linoleum o su lastre di zinco o rame e utilizzo la pittura a olio, non l’inchiostro calcografico.

Faccio solo pezzi unici e non tirature. In questa mia diversa personalità artistica sono molto spontaneo, i soggetti derivano direttamente dalla mia fantasia e da una mia spontaneità interiore.  

Se dovessi scegliere tra il mosaico, l’incisione e la pittura, che sono i tuoi linguaggi preferiti, quale sceglieresti?

Non potrei mai scegliere. Sono linguaggi diversi che mi consentono di esprimere le diverse forme della mia creatività nella stessa misura. Un giorno trovo nel mosaico la risposta a una mia particolare esigenza espressiva e il giorno dopo nella pittura. Sceglierne uno, sarebbe come fare un torto agli altri.

Ne parli come se fossero delle persone, dei figli…

Sì, sì! In realtà, in Svizzera sono conosciuto soprattutto come pittore e incisore, anche perché è più difficile fare un’esposizione di mosaici, però per me sono tutti sullo stesso piano.

Dal tuo curriculum vedo che sei molto attivo dal punto di visto espositivo, che ha fatto diverse mostre in Svizzera e in Italia. Prossimamente cos’hai in programma?

È ancora in via di definizione, però il prossimo anno dovrei esporre all’interno di uno dei tre castelli di Bellinzona: un’ampia antologica con una sessantina di miei lavori.